Il lavoro di comunità per le sue caratteristiche intrinseche, per la motivazione e l’impegno che richiede si presta ad essere confuso con una sorta di impegno sociale. Capita che gli operatori di comunità vengano scambiati per “volontari” che si impegnano per il bene degli altri o per attivisti che si impegnano per qualche causa. Per alcuni cittadini è difficile vedere questo lavoro come una professione. Alcuni cittadini, non necessariamente fra i meno istruiti, qualche volta parlano di missione. Ed è chiaro che cosa intendano con ciò.
Questa difficoltà dei cittadini ha un suo corrispondente nel vissuto degli operatori. In genere non così ben pagati e generalmente con uno status non elevato, spesso di fronte a problemi vecchi, incancreniti, con i quali altri si sono già bruciati, capita che anche loro si domandino “ma chi me lo fa fare?”. E poiché la risposta non può essere il lauto stipendio, né il riconoscimento sociale, emerge la passione. Sì, la passione. Questo è un lavoro che si fa con passione o non si fa. Sono troppe le difficoltà e le sfide; sono troppe le persone con cui interagire, quelle a cui si deve dire sì, quelle che non sono mai contente, quelle che hanno sempre ragione. L’assenza di entusiasmo poi, si nota subito e, di fatto, perché toglie l’anima alle azioni, che divengono sterili, burocratiche, difensive.
Appurato che è un lavoro che richiede un’elevata motivazione, occorre anche un’elevata professionalità, fatta di conoscenze e di abilità.
Elevata motivazione e competenze professionali specifiche, che permettano di agire i contesti poco strutturati, in setting non abituali, ma con rigore metodologico e con senso di responsabilità.