Mondiali e senso di comunità

All’indomani dell’uscita dell’Italia dai Mondiali, anche a noi psicologi di comunità viene voglia di fare una riflessione.
In questi giorni i mezzi di informazione hanno commentato la disfatta della Nazionale, cercando di capire cosa sia accaduto e attribuendo colpe e responsabilità. Perfino i politici non si sono astenuti dal commentare il fatto. Quello che però non è stato messo in luce, e su cui vorremmo soffermarci, è il potere aggregante del calcio in Italia.
La partita contro la Slovacchia è stata vista da 14 milioni di persone, a casa, al lavoro, nei bar, nelle piazze… Possiamo dunque affermare che quando gioca la Nazionale ci sentiamo tutti un po’ più Italiani? E prendendo in considerazione un livello meno “mondiale”, è possibile interpretare il calcio come uno strumento da mettere al servizio della comunità?

5 Risposte a “Mondiali e senso di comunità”

  1. Raffaello Dice:

    Credo che ci sia un grande bisogno di sentirsi insieme, uniti, di poter dire noi.
    La squadra nazionale di calcio ha offerto, per un tempo troppo breve, questa possibilità. Poi la delusione.
    Forse, per sentici uniti nella diversità abbiamo bisogno d’altro.

  2. claudio Dice:

    la tua riflessione mi sembra importante . Il calcio può essere messo al servizio della comunità? mi vien da rispondere di si se penso alle mille partite che si fanno nei quartieri tra genitori e figli, italiani e immigrati , ecc….
    Mi viene da dire di no quando vedo quello che succede negli stadi la domenica dove non riesci neanche ad avvicinarti tanta è la violenza!!
    E poi ….cosa insegna veramente il calcio ? non so . mi fermo qui…..

  3. albertthebollix Dice:

    Riflessione molto interessante. Ci avevo pensato anch’io, più volte, in relazione non alla nazionale ma alle squadre di club e alla relazione tra queste e comunità di riferimento. In Italia c’è un legame tra la squadra e la città ma sicuramente è meno sentito e meno profondo rispetto ad altri paesi in particolare il Regno Unito dove il calcio è nato. In Italia, in una città media come Padova la maggioranza dei suoi abitanti non tifa per la squadra di “casa” o abbina spesso il tifo per il Calcio Padova a quello per un altro club più titolato a livello nazionale ed internazionale come Inter, Milan e Juventus. Spesso la squadra della città viene ignorata anche perchè non tutti i residenti della città sono nati a Padova ed evidentemente questo club non è riuscito a rappresentare, dal punto di vista del tifo calcistico, i padovani d’adozione, gli studenti fuori sede e per ora neanche, i “nuovi” padovani.

    In Inghilterra si guarda meno i risultati e le classifiche e l’attaccamento da parte della città e della comunità nei confronti della squadra che le rappresenta è molto più forte.

    Non solo club famosi come Liverpool o Manchester esibiscono musei e “vendono” le visite agli stadi come attrazioni turistiche (vedi Liverpool, capitale europea delal cultura 2008) ma anche club minori di città minori hanno un seguito e una rappresentanza della comunità molto pù sentita rispetto a noi e lo stadio diventa il luogo di incontro di questa comunità che attraverso il calcio esprime un certo orgoglio, un senso di appartenenza che secondo me possono rappresentare risorse immateriali importanti per lo sviluppo della comunità stessa.

    Il calcio di per sè, e rispondo a Claudio, è un banale gioco, niente più, ma che ha un successo popolare come ce l’ha il baseball negli Stati Uniti. E’ occasioni di incontro e di relazioni tra le generazioni. La violenza è una male da sconfiggere certamente ma non per questo demonizzerei “un rito” come il calcio da seguire allo stadio e non in tv. Gli stadi come le piazze sono stati teatro dei cambiamenti sociali importanti e andrebbero secondo me organizzati e gestiti come luoghi del divertimento e non come “non luoghi” militarizzati. Da questo punto di vista l’Italia deve imparare da Inghilterra e Germania ad esempio.

    Nella multietnica Londra negli stadi delle squadre della “working class” (esempio West Ham) si è sperimentata prima che in altri luoghi una certa relazione ed integrazione etcnica tra tifosi della stessa squadra pur di origine diversa e questo sul finire degli anni ’70 quando la città era spesso teatro di rivolte e manifestazioni di odio razziale.

    Queste le mie riflessioni, a voi psicologi chiedo un parere.

    • martiniassociati Dice:

      Grazie per il tuo commento! Mi sembra di capire che la tua conoscenza del calcio inglese sia piuttosto profonda…
      Quello che mi colpisce della tua riflessione è il fatto che lo stadio sia un luogo che fa parte della comunità e che contribuisce al suo sviluppo. Mi sembra invece che in Italia lo stadio sia visto come un contenitore piuttosto lontano dal territorio in cui si inserisce. Diverse sono le riflessioni che si possono fare sui campi di quartiere, spesso luogo di incontro e di aggregazione.
      Credo che la sfida sia proprio quella di guardare a modelli vincenti, cercando di adattarli alla realtà a cui si propongono. Sarebbe bello se si riuscisse a trovare un modo per trasformare il calcio in volano di sviluppo della comunità, rendendo gli stadi luoghi di crescita.

  4. albertthebollix Dice:

    Beh io non sono psicologo e molto di quanto ho scritto immagino sia da provare visto che il mio ragionamento non è frutto di analisi o studi rigorosi ma da riflessioni personali.

    Lo scorso anno a Padova, c’è stato un ciclo di conferenze e una mostra sul tema città e sviluppo della città dal titolo “La forma dell’emozione”. Ad un convegno c’è stato l’ex sindaco di Barcellona Pasqual Maragall (http://www.ivorossi.it/index.php?option=com_content&view=section&layout=blog&id=29&Itemid=70) e nel suo intervento ha detto di quanto sia importante un certo orgoglio civico della comunità nel sostenere anche progetti di rinnovamento per la città quali le Olimpiadi del ’92. Lo stesso ha detto Chiamparino che parlando delle Olimpiadi invernali di Torino ha detto che la comunicazione ai cittadini è servita molto a far loro apprezzare e sopportare i disagi dovuti ai lavori di rinnovamento urbano. Insomma il senso di appartenenza alla comunità per evitare la famosa sindrome nimby.

    Ebbene ho la sensazione che in Uk l’appartenenza ad un club calcistico generi un certo orgoglio nei confronti della comunità di appartenenza. Si vedono i negozi di merchandising della propria squadra in pieno centro città e molti indossano i colori della propria squadra anche per andare a passeggio e non solo per recarsi allo stadio. Io ho notato questo a Liverpool e Glasgow per esempio. A Glasgow ad esempio ho conosciuto anche un progetto culturale denominato “Open Museum” che mirava alla crescita della comunità e all’inserimento in questa delle persone più disagiate attraverso un programma che mirava a far conoscere la storia della comunità e di particolare aree della città (le più degradate e povere) utilizzando la collezione degli oggetti dei vari musei proprio a chi non era mai entrato in un museo civico. Ebbene il calcio e la storia della squadra di calcio rientrava nella storia della comunità del Novecento. Poi per carità da quelle parti sono molto più fanatici di noi riguardo al calcio, visto che l’hanno inventato loro. Poi la violenza c’è anche in Uk anche se è stata, in parte, allontanate dagli stadi.

    Il calcio, a mio avviso, rimane sport popolare per quanto i prezzi dei biglietti alti in Uk tendano oggigiorno ad escludere proprio le classi più popolari ma le manifestazioni del tifo e della partecipazione rimangono un rito collettivo, orientato più al divertimento, alla passione sportiva, anche alla rivalità nei confronti dell’avversario più che un incontro di crescita ma rappresentano pur sempre un rito collettivo.

    In Italia sono d’accordo gli stadi siano dei contenitori anche poco accoglienti. I problemi di ordine pubblico e le normative a riguardo non incentivano ad andare allo stadio. Il tifoso ci va perchè è appassionato ma di certo gli stadi in Italia non sono confortevoli come altrove. La logica non è quella del luogo piacevole da vivere ma della fortezza che garantisca sicurezza…Se in Germania e Inghilterra la maggioranza degli stadi rinnovati può essere accomunata ad un teatro, da noi possiamo accumunare i nostri a cattedrali nel deserto quando va bene.

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